Si è conclusa soltanto da pochi giorni “Florens 2012”, la “Biennale Internazionale dei Beni Culturali e Ambientali”, dal format che richiama esplicitamente quello del Festival (a proposito di Festivalmanie…!), a Firenze appunto, una delle più prestigiose capitali mondiali dell’arte (e, ci piacerebbe, non dei luoghi comuni sull’arte…)
Molti interventi e molto materiale su cui meditare… specialmente, dal nostro punto di vista di associazione, nella ricerca resa nota in questo contesto dedicata alle mostre che si sono svolte in Italia negli ultimi tre anni.

Si tratta di un’indagine che unisce rilevazioni di dati e valutazioni, alcune delle quali pienamente condivisibili, al contrario di altre che non possono lasciarci che allibiti, per non dire fortemente preoccupati per le implicazioni che potrebbero sottenderere o le strategie che vorrebbero disegnare.

La ricerca è interamente scaricabile on line:

http://www.undo.net/Pressrelease/undotv/video/13526634 28.pdf

Non possiamo evitare di chiederci quali scenari concreti proponga, né per quali motivi taccia alcuni aspetti complementari alla questione di fondo che pare sia perché tante mostre? chi ne beneficia? a quali costi? sfruttando chi?

Ma forse non avete notato piuttosto quanti bandi di master e di accesso a corsi di museologia o per la gestione di beni culturali vengono banditi ogni anno nel nostro Paese e quanto costa l’iscrizione, ma soprattutto quanto poco possono risultare utili visto che i bandi di concorso per poter ‘LAVORARE RETRIBUITI’ in questi settori sono veramente pochi, tanto da rasentare l’inesistenza… Con tutto ciò, nel rapporto si tirano in ballo associazioni ed altri no profit (si tacciono le cooperative: altri soggetti a cui purtroppo è molto nota la constatazione di essere sottopagati!), che intendano organizzare eventi culturali, nonostante gli scarsi bugdet.

Ci prendono in giro o preparano il campo per la dittatura di paludatissime super ingessate istituzioni, quali uniche detentrici della Facoltà di Generare Pensiero, dove -guarda caso- lavorano sempre i soliti noti, con grande stupore e soddisfazione collettiva quando accade che non sia così?!

Mentre chiaramente il problema di fondo è taciuto, ovvero quello che potremmo scherzosamente (ma non più di tanto) intitolare ‘Della necessità di fare mostre’.

Avendone alle spalle più di una, con non poca fatica e mai per trarre guadagni  di tipo economico ma non per questo con minor convinzione circa la necessità di ciascuno di questi interventi, mi sento in obbligo -e qui parlo a titolo personale, come socia di questa, ma anche di altre associazioni culturali di volontariato- di dire un paio di banalità:

1) una mostra non è semplicemente un’esibizione di oggetti o di personalità;

2) una mostra, quando è seria, corrisponde ad un progetto, ad una necessità di ‘dire’ (nel senso etimologico del termine, che risale alla radice indoeuropea di *deik-, la stessa che troviamo nella parola ‘in-dicare’), di portare alla luce un pensiero, di raccontare un percorso, un monologo o un dialogo o una polifonia a più voci. La necessità può essere di tipo documentario, storico, educativo, noetico.

Altra cosa, è vero, è dimostrarne la valenza pubblica: perchè il pubblico dovrebbe investirvi il proprio denaro, in modo diretto o tramite il contributo economico dell’ente pubblico.

Attenzione però al tranello che si nasconde, dietro alla riduzione del velatamente (?) contrastato ‘diritto di fare mostre’ …

Ripeto: chi decide chi ha diritto di fare mostre?

Il che può equivalere a dire: chi ha diritto di ‘dire’?

Non sarebbe meglio per il momento, cominciare col ridurre il numero di costose esibizioni da circo (alias: installazioni????) intorno a certe rotatorie?

M. Francesca Pepi

p.s. grazie ‘Fuori dal Museo’, per avermi permesso di esprimere liberamente il mio pensiero sul sito dell’Associazione.

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